L’adolescenza è un passaggio, e come tutti i passaggi ha qualcosa di scomodo. Il corpo cambia prima che la testa abbia il tempo di abituarsi, gli amici diventano più importanti della famiglia, e la famiglia, all’improvviso, sembra non capire niente. Quasi sempre è la fatica normale del crescere.
A volte però qualcosa si inceppa. Un ragazzo smette di uscire. Una ragazza non riesce più a salire sulla corriera la mattina. C’è chi si arrabbia per tutto e chi, al contrario, non dice più una parola. Sono i momenti in cui può servire uno spazio fuori dalla famiglia e fuori dalla scuola, con qualcuno che ascolti senza giudicare e senza schierarsi.
Quando ci si comincia a preoccupare
Raramente è il ragazzo a chiedere per primo. Più spesso è un genitore che nota qualcosa e non sa come leggerlo: un cambiamento di umore che dura da settimane, i voti che crollano senza un motivo chiaro, un silenzio diverso dal solito.
Le difficoltà più frequenti sono:
- ansia e attacchi di panico, a volte travestiti da mal di pancia o mal di testa che arrivano la domenica sera o prima di uscire di casa;
- il rifiuto della scuola, oppure un calo improvviso dopo anni senza problemi;
- la chiusura: in camera, nel telefono, nei videogiochi, con sempre meno amici e sempre meno voglia di vederli;
- tristezza, irritabilità, scoppi di rabbia che sembrano sproporzionati;
- un rapporto difficile con il proprio corpo e con il cibo;
- eventi che hanno scosso la famiglia: una separazione, un lutto, un trasferimento, un periodo di esclusione o di prese in giro a scuola.
Non serve che ci sia una “diagnosi” per chiedere un colloquio. Basta la sensazione che le cose non stiano andando bene da troppo tempo.
Come si svolge il percorso
Il primo passo è sempre un colloquio con i soli genitori. Serve a capire che cosa sta succedendo, a ricostruire la storia del ragazzo e a decidere insieme come procedere. Poi gli incontri sono con il ragazzo o la ragazza, da soli.
Con un adolescente la seduta non somiglia a un interrogatorio. Si può partire da una serie tv, da una partita, da una discussione in chat: spesso è da lì che, con il tempo, si arriva a quello che pesa davvero. Il ritmo lo si trova insieme, senza forzare.
Per i minorenni serve il consenso di entrambi i genitori, o di chi esercita la responsabilità genitoriale.
La riservatezza, spiegata ai genitori
Ciò che un ragazzo racconta in seduta resta lì. È la condizione perché possa fidarsi e dire cose che a casa non riesce a dire. Questo non significa tenere i genitori all’oscuro: periodicamente ci si incontra per fare il punto su come sta andando il percorso, senza riferire i contenuti dei colloqui. Se emergesse un rischio serio per la sua sicurezza, i genitori verrebbero informati subito, e il ragazzo lo sa fin dall’inizio.
Quando non aspettare
Ci sono situazioni in cui è meglio chiedere aiuto subito, senza aspettare che passino da sole: quando un ragazzo parla di non voler più vivere, si fa del male, smette di mangiare o si chiude completamente in casa per settimane. In questi casi è importante coinvolgere da subito anche il pediatra o il medico di base.
Se ti riconosci in queste parole
Possiamo parlarne con calma.
Un primo colloquio serve a capire cosa sta accadendo e se questo percorso può esserti utile. Non richiede di aver già capito tutto.
